UNA CITTA' DA SOGNARE E UN OBIETTIVO DA REALIZZARE!

Cronaca di un impresa

 

Giorgio Amadio  ha  scritto un pezzo sull'esperienza di Boavista  e lo stesso  è stato pubblicato su Spirito Trail di febbraio 2016.
Leonardo Soresi ha autorizzato la pubblicazione del  pezzo anche sul sito degli Azzano Runner.

Ringrazio Giorgio e Lucia per il racconto della loro impresa e Leonardo Soresi per la disponibilità a questa pubblicazione.


 

Tratto  dalla rivista   Spirito Trail   mese febbraio 2016

Boavista Ultratrail, 150 km no stop – Dove il deserto incontra l'oceano.

 Di Giorgio Amadio e Lucia Candiotto

 

Nelle pagine di questa rivista, in occasione della partecipazione alla 100km del Sahara, scrivevo che nel deserto avevo lasciato un pezzo del mio cuore e che sarei andato a riprendermelo.

Ho mantenuto la promessa e il 5 e 6 dicembre 2015, insieme a Lucia, ho partecipato alla Boavista Ultratrail, una 150 km no stop in autosufficienza alimentare in un ambiente unico dove il deserto si fonde con l'oceano e il sudore viene asciugato dal soffio costante degli alisei.

Ci diciamo spesso che certe cose è più difficile pensarle che farle.

Questa corsa, invece, si e rivelata davvero dura per le condizioni climatiche e soprattutto per la tipologia di terreno che vede alternarsi dune, sabbia, ghiaia, rocce e pavè.

Si inizia venerdì con il controllo materiali ed il briefing.

Alle 7 del sabato mattina, dalla piazza principale di Sal Rei, la principale cittadina dell'isola di Boavista, viene dato il via con la gioia nel cuore e l’adrenalina che ti rivolta lo stomaco.

Il programma prevede, oltre alla 150km no stop, anche una 70km e una 42km.

Oltre che per il colore del pettorale i concorrenti impegnati nella 150km si distinguono per lo zaino gonfio del sacco a pelo e soprattutto per le espressioni meno rilassate rispetto a quelle degli altri concorrenti.

Si parte tra gli applausi di un pubblico abbastanza numeroso nonostante l'ora mattutina.

Lucia ed io abbiamo stretto un patto: si parte e si arriva insieme, il ritiro non è contemplato !

Dopo circa un chilometro e mezzo lasciamo la strada asfaltata e attraversiamo delle dune di sabbia, un piccolo assaggio di ciò che ci aspetta per le prossime 30 ore.

Corriamo i primi chilometri insieme agli amici padovani Tony e Doriano, e udinesi Marco e Mauro. Percorrendo una facile pista in terra battuta, raggiungiamo rapidamente il primo check point sulla Costa di Boa Esperanza.

La nostra attenzione è attratta da un enorme relitto arrugginito di un mercantile naufragato a pochi metri dalla spiaggia nel 1968.

Il sentiero prosegue alto sulla scogliera tra tronchi fossilizzati e resti di carapace di tartarughe.

Pare di essere sbarcati sull'isola di Jurassic Park..

Il sole è già alto ma l'aliseo che soffia costante rende sopportabile la temperatura oramai vicina ai 30 gradi.

Siamo talmente affascinati dall'ambiente naturale che raggiungiamo il secondo check point senza fatica.

Il punto di controllo si trova ad Espingueira, un antico villaggio di pescatori immerso in un paesaggio incontaminato dove il silenzio è rotto solo dal suono del vento e dal fragore delle onde del mare.

Il villaggio è stato ristrutturato e accoglie un confortevole lodge.

Proseguiamo lungo una salita rocciosa, probabilmente ciò che resta di una antica colata lavica.

Ci allontaniamo dalla costa e attraversiamo il piccolo villaggio di case colorate di Bofareira dove i pochi abitanti non sembrano particolarmente interessati al nostro passaggio.

Cresce l'emozione quando entriamo nel deserto di Viana.

Lungo circa 5 km, questo deserto, si è formato con la sabbia del continente africano trasportata dai venti oceanici. La sabbia fine ci costringe a rallentare. E' inutile sprecare energie.

In cima ad una duna, all'ombra di due alte palme, in prossimità dell'uscita dal deserto, ci attende il check point 3.

Siamo costretti ad una sosta più lunga del previsto per svuotare le scarpe dalla sabbia.

Ne approfittiamo per mangiare qualche pezzo di parmigiano reggiano e bresaola.

Due concorrenti arrivati poco prima di noi al ristoro non hanno la forza di salutarci, sembrano esausti.

Noi invece stiamo bene, ridiamo e scherziamo con i ragazzi addetti al punto di controllo.

Usciti dal deserto attraversiamo i villaggi di Estancia e Rabil dando il “cinque” a dei ragazzini che stanno giocando lungo la strada.

Continuiamo a superare concorrenti che stanno pagando lo sforzo di una partenza troppo veloce.

Ci stiamo dirigendo verso la costa e cominciamo a preoccuparci per ciò che ci attende: 25km di spiaggia che nel corso del briefing ci sono stati presentati come uno dei tratti più duri del percorso.

In corrispondenza dell'accesso alla spiaggia è posto il check point 4.

Iniziamo a correre lungo la riva dove la sabbia è più compatta ma le lunghe onde dell'oceano ci spingono verso l'interno dove la sabbia più morbida assorbe la spinta delle gambe.

Lungo la riva alcuni uccellini, che stanno beccando la sabbia in cerca di cibo, nonostante le loro zampette di pochi centimetri, corrono più veloci di noi.

Deserto e oceano che si fondono.

In lontananza intravediamo un cartello stradale. A che servirà se non ci sono strade ?

Il cartello, posto in prossimità del check point 5 a Punta Varadinha,  indica di fare attenzione perché ci troviamo in una spiaggia dove le tartarughe marine depositano le loro uova.

Le gambe si stanno facendo pesanti. I piedi affondano nella sabbia morbida. Fatico a rimanere sulle orme di Lucia che mi precede.

Ma quanto lunghe sono le sue gambe ?

Ci allontaniamo dalla riva in cerca di terreno più compatto. Qualche centinaio di metri dalla spiaggia c'è una specie di brughiera. Da buchi nel terreno fanno capolino  grossi granchi scuri che si riparano da sole.

In prossimità di un promontorio, in corrispondenza delle case abbandonate di Santa Monica è posizionato il check point 6. La spiaggia è terminata. Siamo al sessantesimo km. Scherziamo e facciamo battute con i gentilissimi addetti al ristoro. Buon segno, il morale è alto nonostante la stanchezza cominci a farsi sentire.

Piergiorgio Scaramelli ci consiglia di preparare la pila frontale perché tra poco farà buio.

Dobbiamo allontanare il pensiero che non siamo neppure a metà del percorso e che tra poco dovremo affrontare la notte.

Puliamo i piedi dalla sabbia  e ripartiamo lungo un sentiero roccioso che si allontana dalla costa segnato da pietre verniciate con la calce bianca e piccoli catarifrangenti che ci accompagneranno per tutta la notte.

Lungo l'ennesima salita (e noi che pensavamo che l'isola fosse piatta) raggiungiamo un ragazzo che sta affrontando per la prima volta la distanza dei 70km.

E' esausto ma sorride perché per lui è quasi finita.

Dovrò ricordarmi di sorridere anch'io all'arrivo. Questo pensiero mi piace, significa che non c'è alcun dubbio che arriveremo al traguardo.

Saliamo su un altopiano, contempliamo ancora per qualche minuto il meraviglioso paesaggio che si perde fino al mare fino a quando la notte inghiotte tutto.

E' una notte senza luna e senza stelle con un elevato tasso di umidità.

Corriamo nel tunnel del cono di luce delle pile frontali cercando di non perdere di vista le rocce bianche.

Una comoda strada in terra battuta ci consente di riprendere a correre con un buon ritmo.

A qualche km di distanza intravediamo le luci di un villaggio e nella convinzione che il check point 7 si trovi in prossimità proseguiamo nella direzione delle luci senza accorgerci di una deviazione.

Ci accorgiamo dell'errore quando ci troviamo in mezzo al nulla senza più segnali. Per un attimo veniamo ingannati dagli occhi di un gatto che riflettono la luce della nostra pila frontale.

Sentiamo delle voci poco lontano. Dal nulla sbuca un ragazzo capoverdiano che ci riporta sul percorso.

E' in ciabatte e corre senza pila frontale davanti a noi. Facciamo fatica a tenere il suo passo.

Mi viene in mente il ragazzo tarahumara che cavalcava il vento di Soresi.

Una volta rientrati nel percorso diamo il “cinque” al nostro salvatore che si infila e scompare nella boscaglia.

Sarà stato un angelo custode oppure un fantasma ?

Il dubbio ci assale quando poco dopo attraversiamo il paese abbandonato di Culla Velho, case in pietra diroccate che ricordano davvero un paese fantasma.

In prossimità di una salina è posto il check point 7 che rappresenta il traguardo per coloro che corrono la 70km e il cancello orario per chi affronta la 150km.

Due concorrenti della 70km che hanno concluso la loro fatica ci fanno l'in bocca al lupo mentre mangiamo qualcosa accompagnato da un sorso di birra offerto da una ragazza dello staff.

La voglia di ridere e scherzare che aveva caratterizzato le soste precedenti ha lasciato spazio alla preoccupazione quando, cambiando i calzini, notiamo che le vesciche ai piedi non ci hanno risparmiato. Le proteggiamo con gli appositi cerotti e ripartiamo. La pista è facile e la corsa è ostacolata solo da numerosi granchi bianchi che disturbati dalle luci delle nostre lampade ci attraversano improvvisamente la strada correndoci tra i piedi.

E' una divertente e simpatica compagnia.

Quando il vento cala di intensità riusciamo a sentire le onde del mare che si infrangono su una scogliera alla nostra destra.

Ma il buio profondo non ci permette di vedere al di là di un paio di metri.

Procediamo verso il check point8 di Ponta Ervatao dove gli addetti, più assonnati di noi, ci accolgono avvolti in una nuvola di insetti attirati dalla luce del faro che segnala la posizione del punto di ristoro.

15km dopo ci aspetta il Faro di Morro Negro dove è posizionato il check point 9.

Scorgiamo in lontananza la luce del faro che pare non avvicinarsi mai.

Il punto di ristoro si trova alla base del faro posto in cima ad una formazione rocciosa di basalto accessibile attraverso una ripidissima strada in pavè di pietra lavica. Ci mancava il vertical !

Al ristoro due volontari dell'organizzazione, una ragazza e un ragazzo milanesi, ci offrono tutta la loro assistenza. La ragazza cerca di curare nel miglior modo possibile le ferite ai piedi di Lucia. Io evito di togliermi le scarpe...non voglio vedere.

Ringraziamo questi angeli della notte e scendiamo dal faro per riprendere la pista.

Procediamo scambiandoci poche parole verso il paese di Fundo das Figueiras.

Io comincio a soffrire il sonno e sarei tentato di fare una sosta ma Lucia mi urla che non siamo venuti per dormire e di darmi una mossa.

Mi concede una sosta di trenta secondi piegato sulle gambe con le mani appoggiate sulle ginocchia.

Forse sono riuscito anche a dormire.

In prossimità dell'abitato sentiamo i suoni di un festa.

Caspita che accoglienza !

Peccato, la festa non è per noi. Il check point 10 è posto all'interno di una specie di garage dove è stata allestita una tendina per chi vuole dormire. Non ci penso neanche per evitare di essere nuovamente sgridato da Lucia.

Dalla tendina sbuca un concorrente (che poi scopriremo essere lituano) che senza neppure salutarci riparte. Non è maleducazione, è solamente cotto !!!

Ci dirigiamo verso la baia di Das Gates e ormai non parliamo più, abbiamo da poco superato i 100km.

In prossimità di ruderi è posto il check point 11. Anche qui le luci hanno attirato nuvole di piccole cimici che si infilano dappertutto anche nella borraccia che sto tentando di riempire.

Spengo la pila frontale è faccio l'operazione di rifornimento al buio per evitare di ritrovarmi qualche sgradevole sorpresa in bocca.

Ci attende ora il tratto più difficile del percorso per la presenza di terreno con formazioni calcaree affioranti e per la presenza di canyon più o meno profondi che ci fanno perdere l'orientamento.

Perdiamo più volte i segnali di riferimento e così cambiamo strategia. Decidiamo di seguire le tracce sulla sabbia di chi ci ha preceduto.

Dico a Lucia che i concorrenti che dovranno affrontare da soli questo tratto di percorso in una notte così buia dovranno avere i nervi ben saldi.

Ciò verrà confermato dal racconto dell'amico Doriano Bedon che affrontando in solitudine la notte ha dovuto combattere oltre alla fatica anche i mille pensieri che gli sono passati per la mente ormai stanca, come il timore di essere aggredito da qualche animale.

Nell'isola ci sono tori selvatici. Un rumore improvviso gela il sangue di Doriano, si ferma per ascoltare, ed ecco nitido venire dalla sua sinistra il soffiare di un bovino, alza subito la frontale, la luce si perde nel buio, non vede nulla, fa qualche passo e lo risente ancora. La paura lo pervade, se fosse veramente un toro? Se parte alla carica? Cosa potrebbe fare? Che speranze ha di cavarsela ? Non ha nulla con se, la fuga? nemmeno a pensarci, un toro è molto più veloce di lui, soprattutto dopo aver corso 100 km. Pensa alla luce rossa accesa sullo zaino, bella accoppiata, luce rossa e toro, ma non cambia nulla i tori sono daltonici o qualcosa di simile. Aumenta il passo, ogni tanto si volta per vedere se la lampada illumina qualcosa, ma niente e un po’ alla volta rientra nel suo trans di corsa.

Lucia ed io siamo costretti ad una sosta imprevista per dare una sistemata ai piedi. Tolgo le scarpe...era meglio se non lo facevo.

Guardiamo l'ora, tra poco sorgerà il sole e il sonno è passato.

Al 120° km siamo al check point 12 a Espingueria dove siamo già passati la mattina di sabato (CP2).

C'è profumo di caffè nell'aria. Siamo tentati di farcene offrire uno.

Una bambina ancora assonnata è quasi spaventata da questi silenziosi fantasmi sporchi e sudati che alle 7 del mattino mangiano grana frutta secca e bresaola.

Mancano solo 30km. Ci diciamo che il più è fatto.

Chiediamo notizie dei nostri amici compagni di corsa ma le notizie non sono per tutti positive.

Lucia è seconda in classifica con un distacco di  un'ora dalla prima, una ragazza portoghese.

Le chiedo se vuole che proviamo ad andare a riprenderla ma, saggiamente, mi risponde che è già soddisfatta del risultato che sta ottenendo.

Ripartiamo e dopo qualche centinaio di metri Lucia è costretta ad una nuova sosta per un dolore improvviso al piede.

E' l'ennesima vescica che si porta via l'ultimo cerotto.

Poco dopo incontriamo una strada in pavè che ci porterà fino all'arrivo.

E' un pavè di blocchi irregolari di pietra lavica dura e nera che completerà l'opera di distruzione dei nostri poveri piedi.

Lucia ama dire che partorire è più doloroso che affrontare un trail.

Sono curioso di scoprire se alla fine di questa corsa la penserà allo stesso modo.

Il check point 13 è situato presso un monumento bianco e azzurro che in creolo chiamano Santina (Madonnina).

Ci serve proprio una benedizione per affrontare il finale.

Faccio fatica a mantenere il ritmo di Lucia che sembra instancabile.

Raggiungiamo il concorrente lituano che avevamo incontrato al check point 10. Corriamo insieme al nuovo compagno per un chilometro dopodiché si ferma di colpo sedendosi a bordo strada, sfinito.

La strada è un lungo rettilineo. Cerco di correre ai bordi della pista dove il terreno è più morbido ma non serve per alleviare il dolore ai piedi che comincia a farsi insopportabile.

La sosta al check point  14 di Curral Ronchinha dura pochissimo.

I chilometri si allungano.

Raggiungiamo il paese di Rabil dove troviamo l'ultimo check point.

Siamo rientrati nella civiltà. Il paese, l'aeroporto ed infine gli ultimi chilometri che ci portano al traguardo di Sal Rei.

Lucia ne ha più di me e in pochi chilometri ha guadagnato alcuni minuti di vantaggio.

La testa mi dice di andare a riprenderla ma il dolore ai piedi mi blocca.

All'ultimo chilometro incontro Josè Daniel Cabral, il vincitore della corsa, che sta facendo defaticamento e, incitandomi, mi offre un pezzo di noce di cocco.

Intravedo lo striscione del traguardo in Piazza S.ta Isabel e a lato della strada Lucia che ha deciso di aspettarmi per condividere insieme la gioia di tagliare il traguardo.

Il patto è stato rispettato: siamo partiti e arrivati insieme.

Grazie Lucia.

Il gesto mi commuove e gli occhi si inumidiscono dall'emozione ancor prima di tagliare il traguardo.

Finita.

I complimenti che ci fanno sono voci ovattate che arrivano da lontano.

Per qualche istante la  testa ed il corpo hanno smesso di funzionare, è un momento estremamente intimo di godere del risultato ottenuto.

Qualche minuto dopo rientriamo in noi stessi e ricominciamo a ridere e scherzare...fino a quando proviamo a rialzarci e i piedi ci ricordano il (piccolo) tributo pagato per godere di questa fantastica avventura...che stiamo già pensando di ripetere nel 2016.

Giorgio&Lucia

 

… a proposito: Lucia continua a sostenere che partorire è più doloroso che affrontare un trail !