UNA CITTA' DA SOGNARE E UN OBIETTIVO DA REALIZZARE!

La Maratona

 

La maratona, una lunga linea verde
di Agnese Amorosi
 
“Corri, corri, vedrai che ti porto di sicuro alla meta”, mi sussurra una lunga linea verde. Mi fido, la seguo per 42,195 km, e mi porta da piazzale Michelangelo a Piazza Santa Croce a Firenze: è la linea della mia prima Maratona. Una linea da seguire, che stavo inseguendo da mesi, forse, senza saperlo, da   anni.   Una   linea   affascinate,   che   mi   porta   alla   scoperta   di   me   stessa,   delle   mie   capacità,possibilità, limiti.
Ogni tanto la perdo di vista, poi riappare e mi richiamava all'ordine: “Corri!” E io ho corso, sono arrivata alla meta, non fermandomi mai. All'arrivo, nella stanchezza più totale, mentale e fisica, chiedo di farmi mettere la medaglia al collo perché sento di meritarmela, ce l'ho fatta. Mi dico, “Ce l'ho fatta... Ho vinto”. Ora sono più ricca, e questa ricchezza me la sono guadagnata correndo da sola, correndo senza chiedere sconti, correndo senza cercare scorciatoie.
Le settimane e i giorni prima della gara sono stati un altalenarsi di pensieri positivi e negativi, dal "chi me lo fa fare” al “se tutto va bene sarò maratoneta”. L'infortunio al ginocchio avrebbe potuto essere un'ottima motivazione per rimandare tutto, ma la mia determinazione me l'ha impedito. E alla fine ne sono uscita vittoriosa.
La   gara,   incorniciata   da   una   splendida   Firenze   miracolosamente   allietata   dal   sole,   è   stata   una bellissima avventura. Avrei dovuto correre assieme a Carlo, avevamo preso accordi per vederci alla partenza, ma... non ci siamo proprio visti, quindi mi metto l'animo in pace e aspetto. La vista dal piazzale Michelangelo è stupenda, ma la gelida brezza mattutina che soffia sul collo un po' meno romantica... La sensazione di essere In mezzo a 10 mila persone è strana: mi sento davvero una formichina insignificante, ma mi rendo conto che le diecimila persone sono tutte determinate come me, tutti podisti approdati lì per correre, come me, tutti alla ricerca di qualcosa, come me. Talmente concentrata in questi pensieri, che non ho sentito lo sparo e ho cominciato a camminare perché gli altri lo facevano, poi piano piano a correre. Il primo tratto è in discesa per circa 2 km, poi tutto pianeggiante,   a   parte   qualche   salitella   insidiosa   che   mi   fa   perdere   il   ritmo.   Non   sono   molto “tecnica”, non oso dire che ho impostato la gara in maniera regolare, anzi, credo di non essere neppure all'altezza di “impostare” una gara, ma ho cercato di correre con un ritmo regolare, non fermandomi   mai,   e   ai   ristori   camminando   velocemente,   prendendo   i   bicchieri   e   le   bottigliette d'acqua al volo. Sono passata alla mezza con il mio solito tempo, quindi avrei dovuto darmi da fare per il resto della gara. Altrettanti km da percorrere!
Da molte parti ho letto della possibilità che i maratoneti ad un certo punto incontrino “il muro”, dopo il 30° km, e anche dopo. Al 28° ho avuto una piccola crisi: forse il muro, ho pensato, chissà. Ma l'ho superata e sono ripartita con maggiore determinazione, ma sempre aspettando il crollo.
Passo al 30°, nulla. Al 35°, ristoro: “E il muro? Forse più avanti”,  penso, e proseguo nell'attesa del crollo. Al 38° vedo tantissimi atleti che camminano, prima o poi sarebbe toccato anche a me. 39°, 40°... A questo punto inizio a muovere un po' più velocemente le gambe, inizio a superare, punto due o tre atleti e li passo, il Lungarno, il rettilineo prima della partenza è gremito di atleti, sento una voce che mi incita, guardo il Garmin... penso che potrei farcela e impegno tutte, ma proprio tutte le risorse che mi sono rimaste, mentali e fisiche per riuscire a raggiungere il finish. Arrivo. Il Garmin segna 4.29.29. Ho centrato l'obiettivo che mi ero prefissa prima della partenza. Ne sono felice.
Gioisco di questo momento. Poi  un nodo alla gola, voglia di piangere, nessun volto noto all'arrivo... Non   voglio   piangere.   Ma  la   felicità   spesso   è  fatta   anche   di   lacrime,   lacrime   di   gioia   che  sono sgorgate copiose quando le ho lasciate andare. Mi sono sentita meglio, ho osservato la medaglia. La mia prima medaglia da maratoneta. Ho vinto, ho vinto... Non ho deluso me stessa... Questi gli ultimi pensieri.
Le   amiche   e  gli  amici con cui ho condiviso  questa esperienza  mi  aspettano,  non sono sola.   E sorridendo mi avvio verso gli altri, sorridendo e sorridendo e sorridendo... Arrivo e mostro una medaglia, quella della podista poco efficiente che ha corso la sua prima maratona. E l'ha finita, nonostante tutto.