UNA CITTA' DA SOGNARE E UN OBIETTIVO DA REALIZZARE!

Sfide Vinte

SAHARA: UN SOGNO DI SABBIA

di Tullio FRAU

È notte, tutti dormono, faccio fatica a chiudere gli occhi, sento ancora nelle orecchie il vento che mi sferza sul viso lasciandomi addosso uno strato di sabbia. Come si fa a dormire, nel pullman che ci porta verso l’oasi di Ksar Ghilane dove è posto il primo campo base della nostra spedizione?

Fa caldo, il mezzo avanza con fatica su per la salita, dopo qualche ora di strada ci fermiamo per una breve sosta, un caffè o un tè e poi via verso la meta. Nell’oasi le palme scricchiolano sotto la furia del vento, il sole fa capolino tra le nuvole, speriamo che per domani il tempo sia migliore, ma che importa? Tanto noi dobbiamo correre! Il gruppo è allegro, le varie lingue dei concorrenti si mescolano, chi conosce l’inglese può dialogare con tutti. Per fortuna Claudio mi fa da interprete, in questo modo ho avuto il piacere di conoscere atleti di altri paesi. Durante la notte nella capanna si fa fatica a dormire, qualcuno russa, il vento sembra ci parli e ci racconti storie dal sapore antico. Un cane ulula in lontananza. Finalmente è ora di alzarsi: colazione e poi tutto nel borsone, ormai siamo pronti per la partenza della prima tappa di 23 km (Ksar Ghilane – Camp Bibane).

L’altoparlante chiama gli atleti a raccolta, si fa la spunta dei pettorali, tutti pronti al via. Un vento impetuoso ci accoglie: “è il saluto del deserto”, ci dice Adriano (ZITO). Via, via tutti verso le prime dune che ci accolgono, sembra ci aspettino lì da sempre, sono morbide, su e giù, una dopo l’altra. Forse le ho sottovalutate, ho il fiatone, non riesco a carburare… Ma sì, non è uno scherzo, su e giù, sono massacranti, ma dopo qualche km troviamo un po’ di pista più corribile, finalmente un po’ di relax. Claudio, come al solito al mio fianco, è la guida ideale, mi incoraggia, mi anticipa le salite e le discese, posso correre in completa libertà, in qualche frangente mi lascia pure senza cordino. È una sensazione incredibile poter correre in un ambiente incontaminato sia da agenti atmosferici che da barriere architettoniche: al massimo cadi sulla sabbia (non è mai successo), ma non ti fai male.

Ormai i più veloci ci hanno superato, dietro abbiamo circa una quindicina di concorrenti, il gruppo si è sgranato, i mezzi di supporto ci affiancano e ci controllano da lontano,  i fotografi e i giornalisti al seguito ci salutano al loro passaggio. Incontriamo due somarelli selvatici che ci guardano con occhi strani, ma la nostra corsa continua costante verso altre dune e altri terreni diversi. Il cuore è gonfio di emozioni indescrivibili, qui, in questo mare di sabbia, dove l’orizzonte si perde lontano sfuggendo agli occhi , qui, in questi spazi immensi che Dio ci ha lasciato, dove soffia un vento che ci porta storie antiche, storie di popoli che qui hanno transitato per andare a cercare qualcosa per sopravvivere. Noi stiamo invece correndo, lasciandoci alle spalle tutti i problemi della vita quotidiana. Sì, sembra quasi che il deserto sia un filtro che trattiene i cattivi pensieri e ti consente di vivere in positivo.

La voce di Claudio mi riporta alla realtà: “dai, Tullio, ancora qualche duna e ci siamo, le bandiere dell’accampamento, ci siamo”. La sua voce è rassicurante, ecco in fondo l’altoparlante che ci annuncia l’arrivo, ecco il traguardo. Tutti si stringono attorno a noi, la prima tappa è finita.

 

Ci avviamo verso la tenda berbera… be, tenda? Direi un riparo molto precario, un telo di juta che si regge a stento su quattro rami di legno mezzi storti, con delle corde che fanno da tiranti..…anche questa è avventura! Dopo pranzo ci mettiamo sotto a riposare, il vento rinforza, qualche goccia di pioggia incomincia a cadere, ma il peggio arriva durante la notte. Il vento infuria, la tenda ondeggia paurosamente, Claudio e Caio si alzano per stabilizzare la copertura, ma dopo poco arriva un colpo di vento molto più forte: la tenda cede e ci crolla addosso. Ormai qualcuno si è addormentato nonostante il peso della tenda, qualcun altro ha abbandonato il gruppo e si è rifugiato nel tendone-mensa. Io esco dal sacco a pelo, la sollevo con un bastone e per tutta la notte respiro la sabbia che il vento continua a portarci addosso. Per qualche istante ho paura, un senso di soffocamento: il panico per un po’ si è impadronito di me. Mi faccio coraggio, mi alzo e tutto torna alla normalità, tranne il vento e la pioggia che continuano  imperterriti. Finalmente è l’alba, via, ci si veste dentro il sacco a pelo, si sbatte come meglio si può tutto dalla sabbia e si richiude il borsone. Dopo colazione eccoci pronti per la seconda tappa, per fortuna solo 16 km, una tappa leggera (Camp Bibane – Bir el Ghif). Il tempo è clemente, il vento si è affievolito e il percorso non è molto sabbioso. Il pomeriggio lo trascorriamo dentro il sacco a pelo. Fa freddo: siamo in Africa o in Groenlandia? Mah, forse ci siamo sbagliati! Una fragorosa risata comune. Dopo cena eccoci pronti per la tappa notturna 7 km.. Bisogna coprirsi bene, il cielo è limpido e le stelle sembra si possano toccare con le mani. Claudio, se chiudi gli occhi e alzi lo sguardo, vedrai ciò che vedo io, la profondità dell’universo, tutto quello che a occhi aperti non potrai mai vedere. Sì, il cielo è un manto che ci avvolge e ci protegge, e questa notte ci accompagna in una corsa breve ma intensa di significato. Una lunga scia luminosa attraversa questa notte il deserto: sono le flaschlight che ogni atleta ha appeso allo zainetto, tutte colorate. Siamo tutti  in fila indiana, tutti con il cuore che batte a mille per la gioia di essere lì ha fare qualcosa che non è sicuramente da tutti, ma che solo 150 pazzi scatenati possono concedersi di fare, sì, oltre 100 km nel deserto del Sahara. Alle 23, dopo la corsa notturna, tutti alla spaghettata, poi a nanna. Domani ci aspettano gli oltre 42 km della terza tappa maratona (Bir el Ghif – Bir Lectaya).

La seconda notte sotto la tenda beduina è trascorsa abbastanza bene, nessuno più si lamenta del russare di qualcuno, ormai la stanchezza è più forte del russare. Al mattino via in piedi, la borsa è chiusa, tutto è pronto per il via, si parte. “Dai, Tullio, con calma, oggi è lunga!” la voce di Claudio è sempre molto rassicurante, riesce sempre a darmi la tranquillità necessaria: non è solo una guida, è ormai per me un fratello, un angelo, con lui potrei scalare qualsiasi montagna senza problemi. “Via, andiamo! Dai su, dai giù, attento, alza bene i piedi, dai, non ti distrarre! Attento, c’è una buca! Via andiamo!” Chilometro dopo chilometro eccoci al primo ristoro, tutti ci salutano da lontano, siamo ormai al diciottesimo km, una bella mangiata di datteri. Riempiamo lo zainetto d’acqua e via, ma dopo il secondo ristoro posto al trentatreesimo km, incominciano i problemi: il piede sinistro è molto dolorante, credo di avere un po’ di vesciche, su e giù per le dune: sassi sabbia, di tutto un po’, ma gli ultimi km sono costretto a camminare, una vera tortura!

 

Finalmente è finita, il campo base ci accoglie festoso, tutti intorno a noi: “grandi! Bravi!” Via tutti a mangiare, poi in infermeria, la mano leggera della dottoressa mette fine ai miei problemi. “Domani correrai bene, vedrai!” “Sì, grazie infinite, domani vorrei terminare in bellezza”.

La terza notte sotto quella sottospecie di tenda trascorre veloce, ormai la stanchezza si è impadronita di noi, nessuno più ha il coraggio di lamentarsi. “Dai, ancora 23 km e ci siamo, al traguardo di Douz ci aspetta la doccia”. Tutti pronti, il freddo è ancora più pesante, ci ripariamo sotto il tendone della mensa, un colpo di vento ce lo porta via. Piove a dirotto, sembrerebbe che il deserto ci voglia tenere li, ma noi imperterriti sfidiamo le avversità del meteo. Tutti pronti, si parte, un vento contrario ci accompagna durante tutto il percorso, soffia veramente forte, probabilmente a una velocità intorno agli 80 km orari. Si fa veramente fatica ad andare avanti, la pioggia mista a sabbia ci mitraglia il viso. Potrei mettere la maschera. No, voglio che il deserto mi accarezzi il viso, voglio respirare l’immensità di questa meraviglia, voglio riempirmi l’anima di eternità, sì, nel deserto si respira eternità.  Ecco il primo ristoro, una fettina di arancia e via. Dai, il vento ce la sta mettendo tutta per impedirci di andare avanti, ma noi non ci arrendiamo, noi continuiamo imperterriti nella nostra corsa. Ecco le dune, queste sono molto più alte delle altre. Su, dai su, su, e poi via una lunga discesa, giù, e poi ancora su e giù per chilometri e chilometri, ma all’orizzonte non si vede ancora nulla. Un turbinio di acqua e sabbia, l’orizzonte si confonde con le dune, tutto intorno l’eternità, un mondo affascinante che si è impossessato di noi: lo respiro a fondo, lo metabolizzo, ogni tanto mi devo soffiare il naso, è pieno di sabbia. No, la maschera no, questo è il saluto del deserto, è il ricordo che porterò per sempre dentro di me. Ecco, vedo in fondo le palme, Claudio mi annuncia che forse ci siamo, quasi non vorrei mai arrivare, vorrebbe dire rompere un incantesimo… Ma no, in lontananza la vegetazione, è il segnale che le dune sono finite, ecco in lontananza la porta del deserto, un urlo esce dal cuore di Claudio: “Tullio, ci siamo”! Stiamo per portare a termine una grande impresa, con queste condizioni climatiche: le gambe volano, l’entusiasmo è alle stelle. Sopra la porta alcuni spettatori ci salutano festosi. Eccoci sull’asfalto, ancora un km e ci siamo, la velocità aumenta, ancora 100 metri… “Vai Tullio, sei libero”! Claudio mi molla il cordino e a braccia alzate, urlando di gioia taglio il traguardo tra le braccia di Claudio e di tutti quelli che ci aspettavano. Le lacrime di gioia scendono dal viso incrostato di sabbia, l’emozione è palpabile. Sì, tutti piangono di gioia nell’abbracciarci, Adriano (ZITO) si stringe a noi, ecco la splendida medaglia al collo e la maglia di finisher: “Ve la siete meritata proprio tutta”!

Grazie Claudio, mi stringo a lui, senza di te non avrei potuto portare a termine questa impresa, te ne sono grato. La voce è rotta dall’emozione, l’ingresso nell’hotel è trionfale, tutti vogliono fare una foto con noi, sembrerebbe che fossimo dei campioni, è difficile prender sonno in questi frangenti, mi giro e mi rigiro nel letto, poi allungo una mano sul comodino, accarezzo il vasetto che ho riempito di quella sabbia che ho respirato nel deserto, mi da un senso di serenità, ora posso dormire sereno. Grazie veramente di cuore a tutti.

Tullio FRAU

 


 

 

OSARE L'IMPOSSIBILE

di Tullio FRAU

5 dicembre 2012, l’aereo si posa dolce sulla pista dell’aereoporto di Boavista, un clima soleggiato tiepido e leggermente ventilato ci accoglie con piacere. Gli occhi dei podisti sono tutti luccicanti per il desiderio di incominciare la sfida, 150 km in un paradiso che ancora resiste agli attacchi del progresso.

“Ciao Pier! Che bello rivederti, eccoci qui!”. Lui con un sorriso pulito e sincero ci accoglie e ci accompagna nel nostro alloggio. L’isola di Boavista, collocata nel fianco occidentale dell’Africa,  fa parte dell’arcipelago di Capoverde sull’oceano Atlantico. Il clima è meraviglioso, tutto profuma di semplicità e tranquillità. I pochi abitanti ormai sono abituati a vedere in questo periodo i podisti, anzi i pochi ultramaratoneti arditi che osano cimentarsi in una gara come questa, una trail tra le più  dure al mondo che però vale la pena affrontare.

8 dicembre, sono le 7 del mattino, sulla linea di partenza siamo tutti pronti al via. Io sono lì con tutti gli altri, uno dei pochi fortunati a poter affrontare un’impresa simile, in 41 solamente abbiamo avuto il coraggio di accettare questa sfida. L’emozione è altissima, il cuore è a mille, a stento trattengo una lacrima che mi bagna il viso,, nessuno se ne accorge. Tutto è pronto.  marco finalmente pronuncia la fatidica parola: via! Si parte, in pochi istanti il piccolo gruppo di atleti si sgrana, dopo un km di asfalto le prime dune inghiottono gli atleti, le prime difficoltà incominciano. Avevo affrontato  altre volte imprese difficili, ma questa volta mi rendo conto immediatamente di aver a che fare con un percorso assai diverso e e con difficoltà al quanto superiori a ogni mia aspettativa. Anche se avessi voluto prepararmi al meglio, credo che avrei fatto fatica a trovare terreni adatti alla simulazione di un percorso simile. Ma non c’era più tempo di pensare al passato, bisognava solo alzare le gambe e andare avanti. “Bevi, bevi”! Certo, con questo venticello e questo sole è facile disidratarsi, la temperatura incomincia a salire, le dune un po morbide e un po dure si susseguono ininterrottamente, canyon con concrezioni calcaree, piccoli crepacci e ogni altro tipo di insidie segnano il percorso. “Dài, dài, stiamo andando benone, siamo sulla tabella di marcia, coraggio, bevi, non ti distrarre, alza i piedi e avanti”!

 

L’oceano lo avevo a sinistra, la sua voce incantevole mi accompagnava, a destra  arbusti rinsecchiti che al vento emettevano suoni dolci, in lontananza il primo c. p, una scoscesa ripida discesa irta di massi, concrezioni e spaccature ci porta direttamente al primo stop. Facciamo il pieno d’acqua, l’incitazione calorosa degli addetti e via, si riparte! Le difficoltà continuano, l’emozione è ancora incontenibile, spesso una lacrima sfugge al controllo. Mi chiedo se è stata sana la decisione di partecipare ad una gara simile, mai un cieco ha osato cimentarsi in un’impresa del genere, ma ormai ero lì e lì dovevo restare, andare avanti e ad ogni costo portarla a termine in qualsiasi condizione. Siamo al relitto, una nave carica di non si sa bene che mercanzie: negli anni 70 si incagliò in prossimità della costa fornendo alla popolazione locale cibo e altri generi per qualche tempo, ora è lì a segnare una tappa di un percorso dai connotati ben definiti, una trail con difficoltà elevate. Il primo c. p. è andato, ora si viaggia verso il secondo. Sassi, sabbia, arbusti, dune morbide, canyon, strane concrezioni spuntano dalla sabbia. “Attento a dove metti i piedi”! Ma il mio cordino mi trasmette una sensibilità eccezionale, ormai so dove alzare i piedi, dove saltare o dove correre, i miei compagni di avventura sempre al mio fianco a guidarmi con maestria e attenzione. “Dài, Tullio, dài che vai bene”! Incitamenti che talvolta non sentivo tanta era la mia concentrazione nel muovere i passi. Uno dopo l’altro i metri, i chilometri si susseguivano costantemente, sembrava di andare veloce, invece la sabbia rallentava i nostri passi, ma la nostra andatura era costante. Ormai il secondo c. p. di Espinguera era alla portata. Avevo finito l’acqua, ma i rifornimenti erano lì. “Dài, ragazzi, ci siamo, dài ragazzi, bravi, ora arriva il bello”!

Abbandonato il secondo c. p, questo posto di rifornimento è situato in un villaggio di pescatori, Espinguera. Ci imbattiamo subito  in una pista sassosa, che dico, massi taglienti, terreno scosceso, solo le capre possono vivere qui mi vien da dire! Oltretutto il percorso è in salita, e comunque che importa? Ora bisognava andare avanti, sulle spalle uno zaino pesante, circa 6 kg. Dentro tutto l’occorrente per affrontare una gara che come tempo massimo aveva un cancello di 40 ore, sotto un sole caldo circa 38 gradi, con un bel venticello che ci rendeva meno faticoso il cammino. “Avanti, dài, tra un po’ si arriva ai sanpietrini, il terreno del magraid a confronto è di velluto”! E giù una risata. Ma non c’è tempo per divagare, avanti che il tempo passa. Intanto la mia caviglia destra si fa sentire, una storta, il terreno precedente mi ha tradito, ma non importa, ormai i doloretti erano diffusi e eravamo solo agli inizi.

Attraversiamo un piccolo villaggio, qua e la il belare di caprette, il ragliare di un asinello, le galline in mezzo alla pista e poche persone e bambini festosi ci vengono incontro, che meraviglia! Un altro mondo, l’emozione mi soffoca le parole in gola, d’improvviso scompaiono tutti i mali e la fatica. Queste persone hanno difficoltà a procurarsi il cibo quotidiano, noi abbiamo pagato per venire qui a fare fatica, di che mi devo lamentare? Avanti e zitto!

Ora il percorso diventa sabbioso, il mare ormai è lontano, ci siamo introdotti nell’interno dell’isola, la temperatura si fa più soffocante, il vento cala e la fatica si fa sentire maggiormente, non ci sono dune ma sabbia dura con gradoni da scavalcare, arbusti pungenti da  evitare. “Avanti, mangia qualcosa, bevi, non aspettare di aver né fame né sete, devi  prevenire”! Ed eccoci su un canale dove raramente scorre acqua, un letto di un fiume inesistente, alla fine il deserto  bianco. La sabbia finissima del terreno ci accoglie con le sue dune morbide, su e giù. “Avanti! Se corriamo più verso sinistra la sabbia è più dura, forse la allunghiamo, ma è più agevole. Dài, tra poco siamo al terzo c. p.. Avanti, ecco le due palme, ci siamo, dài”! Mi siedo esausto su un sasso, sfilo lo zaino per il rifornimento di acqua, mangio qualcosa. “Tutto bene?” mi chiedono. “Sì, sì””. Ora incomincia a far caldo. “Devi continuamente a bere, mi raccomando! Dài che stiamo andando  bene, un po’ lenti ma benone”!

Rimesso lo zaino in spalla si riprende la strada, sembra facile, ma un segnale poco visibile ci fa per un momento perdere l’orientamento: un groviglio di rovi, arbusti e altro tipo di vegetazione rinsecchita ci impedisce la strada, dune alte e ripide si interpongono sul nostro cammino lento, radici come trappole che spesso mi fanno inciampare, talvolta cadere, ma poi la pista si allarga e via, si va a passo più spedito. Lo sguardo si perde nell’orizzonte infinito, il silenzio ci avvolge, solo le nostre parole, le nostre poche risate per sdrammatizzare la fatica e il caldo, il fruscio del vento che accarezza le imperfezioni del terreno, un vero paradiso. Ci imbattiamo in un terreno ricoperto da concrezioni particolari, sembra che la natura si sia divertita a giocare con la creta. Migliaia di riccioli cosparsi sul terreno sembrano fatti con il compasso tanto sono perfetti, invece il gioco del vento sulla creta bagnata ha lasciato sul terreno dei disegni incredibili. Non c’è tempo per divagare, il sole è alto e bisogna andare, via, via che si va! Pista sabbiosa, dura, irta di gradoni, spaccature, sassi. Attraversiamo un villaggio, una strada asfaltata, poi ci immergiamo in un piccolo bosco. Improvvisamente la fisionomia dell’ambiente cambia, erba alta,  alberi e in lontananza un gallo che canta e il ragliare di un somarello. Dura poco la frescura, si torna immediatamente sotto il sole, dopo un breve tratto di strada si svolta a destra, indicazioni verso la ciminiera, il quarto c. p. Intanto la mia caviglia grida vendetta, dentro di me si fa strada l’ipotesi del ritiro, questo pensiero mi demoralizza, mi toglie anche le poche forze rimastemi. “Maledetto, mi dico, potevi prepararti meglio, avresti dovuto immaginarlo che non era una passeggiata”! Sì, è vero, avrei proprio potuto lavorare molto meglio, allenarmi con più assiduità, ma ormai era inutile piangere sul latte versato, ero lì  e lì dovevo restare, andare avanti, stringere i denti e non lamentarmi.

Usciamo dalla strada asfaltata e giriamo verso destra, navigazione libera verso la ciminiera di Chaves,  il quarto c. p. Dopo aver superato una piccola altura ecco in lontananza il fuoristrada con i rifornimenti idrici. “Bravi, ragazzi”! Marco ci accoglie con l’acqua, sfinito mi lascio andare sul pianale del mezzo, mi sfilo lo zaino, mi gira la testa, mi sta venendo male, sto per svenire, con un ultimo sforzo mi arrampico sul pianale del pick up. Marco mi versa un po di acqua fresca sul viso e sulle mani. “Come va?”, mi chiede. Non rispondo, non ho la forza, mi fa male la caviglia, ormai sono ritirato, ma non dico nulla, ormai credo di aver finito qui la mia avventura a Boavista.

Dopo qualche minuto di rilassamento ho qualche accenno di ripresa. Mi dico: “Cretino, che hai fatto 6 ore di volo per ritirarti, tornare a casa senza medaglia? Non se ne parla nemmeno! Via, alzati e parti”! Infatti, il sardo che è dentro di me si è risvegliato e mi ha intimato di alzarmi e ripartire, via, via che si va! Ora eravamo rimasti in due, il terzo che ci affiancava e ripartito da solo cercando di recuperare terreno nei confronti degli altri. Ormai il percorso diventava facile da individuare e quindi potevamo arrangiarci, sicuramente il suo contributo è stato indispensabile. Grazie, caro amico, vai pure, tu sei veloce, noi ora cercheremo di fare del nostro meglio.

scendo dall’auto,  mi reggo in piedi precariamente, mi infilo lo zaino e via. Dopo poco siamo sulla spiaggia di s. monica, a destra l’oceano atlantico con tutta la sua maestà e la sua vivacità, a sinistra il nulla, deserto, terreno arido e solo silenzio, solo il fragore delle onde del mare ci fa da colonna sonora, una musica celestiale, sabbia, solo sabbia morbida che ci ruba energia in grande quantità. Avanti, sempre avanti, il vento ci rinfresca il viso, il sole ci scalda, ma senza esagerare. “Bevi, questo clima è pericoloso, sembra di no, ma si suda moltissimo e quindi l’idratazione è indispensabile”. Ci incamminiamo verso punta varadinha, il quinto c.p. marco ci aspetterà lì, ma tra noi chilometri di sabbia, mare e sabbia, le onde maestose dell’oceano. Era un ristoro per me, una musica incredibile, uno spartito divino che solo Dio avrebbe potuto scrivere. Il leggero venticello ci rinfrescava il viso, in  lontananza il rumore di un quad. “Tutto bene”? “Ma dov’è questa punta Paradinha? Non arriva mai!” “Vedi? Là infondo? Ecco, finita la spiaggia, troverete Marco ad aspettarvi”. Intanto la  spiaggia continua incessantemente, passo dopo passo, via sempre avanti, finché ecco, in lontananza, Marco che ci aspetta. “Dài che ci siete, avanti! Come va la tua caviglia?” “Fammi un’altra domanda”! gli rispondo. “Dài, coraggio, ce la farai”. Un po’ di acqua, riempita la sacca e via, verso il sesto c. p.

Riprendiamo il cammino, sempre e solo spiaggia e oceano, silenzio, solo onde, un incantesimo che non avrei mai voluto rompere. La fatica ormai non la sentivo più, solo il dolore della caviglia mi rendeva nervoso. Maledizione, avrei potuto vivere questa esperienza sofrendo meno, ma non importa, ero lì, dove pochi al mondo possono vantarsi di essere, una gara incredibile, con difficoltà di alto livello per un vedente, immaginiamoci per un cieco. Ma non c’è tempo per divagare, concentrazione. “Attento a come metti i piedi e avanti!” Ormai è il tramonto, il sole ha perso la sua intensità, nuvole di insetti fastidiosissimi ci assalgono,in lontananza il faro del fuoristrada di marco che ci attende, sembra lì, ma invece, per un gioco di prospettive, sembra che mantenga sempre la stessa distanza.

Finalmente eccoci alle case abbandonate di s. Monica, ormai è buio. Un minuto di rilassamento, Marco mi offre una coca cola  miracolosa, riempiamo lo zaino di acqua. “Via, dài ragazzi, ora qualche km di pista sassosa e credo che tra qualche ora ci siate, via via, avanti”! Lasciamo il sesto c.p. e ci addentriamo nella terra ferma, una pista sassosa, che dico, rocciosa! Massi appuntiti e taglienti. “Attento, alza i piedi, maledizione!”

Questi sassi non finiscono mai, ma si va avanti ugualmente, la luce delle nostre torce illumina il percorso, è ben segnato, bravi! La notte è priva di luna, ma un manto di stelle ci copre, sono miliardi, non serve vederci per capire quanto è grande l’universo, noi piccoli esseri umani siamo lì in una piccola isola e stiamo affrontando un percorso durissimo, per dimostrare solo a noi stessi che siamo capaci di portare a termine un’impresa incredibile. Sì, il percorso oltre che al buio diventa sempre più impervio, salita, sassi e solo sassi, ma poi la pista diventa un po più agevole, in lontananza una luce. “Dài, ci siamo”! La voce di Pier e Marco ci aspetta al c. p. “Un muretto da scavalcare e poi dovete proseguire di là,  dài che ci siete, bravi ragazzi!” Ormai è fatta.

 Credo che con una fasciatura adeguata avrei potuto proseguire verso il traguardo dei 150 km, non mi sentivo troppo stanco, con dei tempi diversi avrei potuto rilassarmi almeno un’oretta e poi proseguire per il traguardo finale, invece ormai i tempi non lo avrebbero permesso. Via, via, non potevo distrarmi con queste torture mentali. Prima avrei raggiunto il settimo c. p. e meglio sarebbe stato per tutti. Ancora pista sassosa, il ronzio di un generatore elettrico di un villaggio mi riporta sulla terra. Per distrarmi e non sentire il dolore scrutavo con la mente il paradiso che mi circondava, un ambiente incontaminato, un silenzio ricco di fascino e musica divina, un vero paradiso. Finalmente ecco il lampeggiante della machina di Marco. Siamo alla spiaggia di Cural Velho, il settimo c. p., il traguardo intermedio, 71 km percorsi in 17 ore e 24 minuti. Sembra un’eternità. Un mese prima avevo percorso 70 km tutti di sterrato in 8 ore e 30, ma solo chi conosce il percorso di Boavista può capire che valore possa avere una prestazione come la mia. Certo non cerco scusanti, né attenuanti, ma se permettete io per primo mi sono detto bravo. Ora la coca cola di Marco e il suo panino al formaggio erano un dono del celo. “Bravo, Tullio, hai dimostrato carattere, io non so veramente come hai fatto, complimenti”! “Grazie, grazie davvero, grazie infinite, tu e Pier mi avete dato la  possibilità di poter toccare il cielo con le dita, di poter attraversare un paradiso che altrimenti mai avrei potuto vivere”! L’emozione” mi soffocava le parole in gola, la solita lacrima che sfugge furtiva. E’ notte fonda e nessuno si accorge del mio pianto di gioia incontenibile per aver raggiunto, se pur a metà, un traguardo incredibile. Il fuoristrada sobbalza sui sassi dove poco prima io camminavo, le ruote fanno fatica a superare gli ostacoli, è notte fonda. “Domani avrai la tua medaglia di finisher”, dice Marco, “te la sei proprio meritata”! “Sì, grazie, ne sono orgoglioso”! Finalmente in camera, dopo la doccia le lenzuola fresche mi accolgono dolcemente, non riesco a prendere sonno, ho ancora nelle orecchie il fragore delle onde dell’oceano, il profumo del mare, sento il vento che mi accarezza il volto. Dio, solo tu hai potuto creare meraviglie simili, grazie per avermi dato la possibilità di poterne godere con tale intensità………..

 

In questo mio racconto ho volutamente evitato di fare i nomi dei miei accompagnatori, credo che chi scelga di accompagniare un non vedente, o comunque una persona che altrimenti non possa in altro modo affrontare un’impresa simile, lo faccia con la consapevolezza di compiere un’azione meritoria. Grazie è solo una parola inventata da noi per dimostrare al prossimo tutta la nostra gratitudine.

Tullio Frau 

 


Zanzibar, l’isola delle spezie   Zanzibar è una splendida isola circondata dall’oceano indiano, una perla verdeggiante di circa 2650  km quadrati, popolata da circa 1.300.000 abitanti, quasi interamente musulmani.

Il suo interno, ricco di vegetazione di ogni genere, di frutta tropicale e spezie, ha visto svolgersi la prima edizione della Zanzibar ultratrail di 99 km in 4 tappe.

   Uno splendido sole ci accoglie. Lasciata una temperatura autunnale alle spalle, il primo impatto è quasi soffocante, ma il saluto dei zanzibarini “jambo, jambo”, ci fa subito scordare la nostra provenienza e ci fa sentire a nostro agio. Il pulmino ci conduce alla località di Kiwenga, dove ci aspetta il resort Mvuvi, una semplice struttura sulla spiaggia. La barriera corallina è lì, a poche decine di metri da riva, sembra voler difendere l’isola dalla furia dell’oceano. Una brezza piacevole ci accarezza il volto, il sole ci scalda non solo la pelle, ma anche il cuore; in  30 atleti siamo venuti dall’Italia per cimentarci in una ennesima sfida.

   È domenica 27 ottobre 2013. Nel pomeriggio, dopo pranzo, ha luogo un breve briefing, in cui ci viene esposto e illustrato il regolamento della gara. Seguono il controllo del materiale obbligatorio e la consegna dei pettorali. Ora è tutto pronto, domani si parte.

   L’indomani, la sveglia suona presto. Dopo una abbondante colazione ci si ritrova tutti fuori dal resort per salire sulle macchine, direzione Mahonda, da qui parte la prima tappa di 20 km. Il cuore come al solito è a mille, sembra sempre come la prima volta. Per l’emozione ho dimenticato in stanza il mio pettorale, ma Patrizio mi rassicura che non è importante: “Sappiamo chi sei!”, dice, e con una pacca sulle spalle   mi incita. Tutto è pronto: via, si parte alle 8 in punto. Un manipolo di 30 scalmanati e coloratissimi impavidi atleti si snoda subito nella campagna zanzibarina.

   Al mio fianco Mirjana è attenta e premurosa, il terreno non è dei più facili, anzi direi che è molto insidioso, la terra rossa che lo caratterizza è durissima e piena di ostacoli: bassa vegetazione, pozzanghere, cunette, concrezioni, sassi e ogni altro tipo di insidie. Ma la nostra andatura assume subito una regolarità matematica. Dopo qualche km, un piccolo imprevisto: si blocca la valvola del mio camel-bag. Accidenti, non riesco a bere! Per un momento sono perso, la tensione mista a terrore, che faccio? “Non importa - Mirjana mi rassicura - ci sono le mie bottiglie” e superato il primo momento si riparte attraverso piantagioni di canna da zucchero, risaie, villaggi ecc.

   I km scorrono lenti ma inesorabili sotto le nostre scarpette, tutto intorno profumi indescrivibili, maestosi alberi di mango, foreste intere di alberi ombreggianti, a tratti una leggera brezza ci rinfresca. Io e Mirjana ci conosciamo da poco, abbiamo corso solo pochi km insieme, ci siamo conosciuti a Rovigno dove lei vive, durante una vacanza con la mia famiglia. Ho avuto il piacere di conoscerla nel luglio dello scorso anno, e quest’anno abbiamo corso insieme la maratonina della sua città, ma ora siamo così affiatati che sembra ci si conosca da sempre.

    Arriviamo al decimo km circa, non c’è il ristoro annunciato, ma troviamo fortunatamente qualcuno che ci rifornisce d’acqua. “Ciao Rita!” “Splendido, dài ragazzi, ci siete, eccovi un po’ di refrigerio! Via, via, siete grandi!” E così, incitati, riprendiamo la corsa, un breve tratto di strada asfaltata e poi giù per un sentiero sassoso e molto insidioso. Un bel vitellone ci sbarra la strada, ci guarda, poi si sposta per farci passare, il terreno diventa a tratti sabbioso, ma le insidie non cambiano, si prosegue con costanza. “Attento, salta, spostati a destra, ora a sinistra!” Mirjana è sempre precisa, tutto fila liscio,ecco in lontananza il ristoro, per un disguido è stato posto al km 14 ma va benissimo, un pò di acqua, un pò di frutta e via. Ora un tratto in salita, sassi e solo sassi, la salita è molto dura, poi un po’ di discesa, scoscesa, un po’ di sentiero familiare. “Attento, salta, spostati!” Mirjana è attentissima. Passiamo un villaggio, qualche centinaio di donne cantano e ballano, sembrerebbe un rito propiziatorio, una funzione religiosa, non sappiamo bene, ci guardano mentre cantano, noi rispettiamo i loro comportamenti e via via per la nostra corsa, un breve tratto di sentiero corribile, un po’ di arbusti,  ormai manca solo poco per il traguardo, ecco in lontananza Mkokotoni, splendido! Un abbraccio collettivo ci accoglie: “Bravi, ragazzi, ce l’avete fatta!” È stata durissima, ma la prima tappa è andata! Ora, visto che abbiamo un po’ di tempo, ci fermiamo 10 minuti al mercato del villaggio. Al nostro arrivo tutti si accalcano presso le nostre macchine per poterci vendere qualcosa, ogni tipo di mercanzia, indumenti usati ecc. un forte odore pungente  di pesce ci investe le narici, nuvole di mosche: questo è il mercato del villaggio.

   Dopo un breve tratto di strada eccoci a Kiwenga, la piscina è il meritato premio della prima giornata, l’acqua calda, una fresca birra a bordo vasca è una meraviglia. Grazie Mirj, sei gentilissima! Ognuno sprizza felicità da tutti i pori. Dopo pranzo l’ombra di una palma sulla spiaggia è quel che ci vuole, così trascorre serena la prima giornata. Domani ci sarà un'altra gara, molto più dura di quella di oggi e così, dopo la cena, ci si prepara per il giorno seguente.

   La sveglia è anticipata di mezz’ora, oggi sono 38 i km, la partenza è  dalla località di Mchangani. Tutto è pronto. Anche qui alla partenza l’attesa è frenetica, il cuore batte fortissimo, l’emozione è palpabile. Sono teso, Mirj cerca di smorzare la tensione, ma oltre c’è anche un po di preoccupazione, tanti km in un territorio così ostile non sono facili, ma che fa? Ormai ci siamo e si parte. Le mie preoccupazioni ben presto si rivelano fondate, la tensione e l’emozione giocano un ruolo importantissimo in me, le energie che impiego per non inciampare o per non storcermi le caviglie sono immense. Dopo una decina di km incomincio ad accusare i primi cedimenti mentali. Accidenti, ci siamo! La crisi dei primi km: eccola. “Che ti succede”? chiede Mirjana e mi incita. “Dài Tullio, dài, resisti, ce la faremo! Attento, salta, spostati di qua, spostati di là, e via, via”. Si prosegue. Maledizione, mi insulto a voce alta, e tra un tratto sassoso, un tratto scosceso, erbacce, canali, villaggi, foresta e altre insidie, al km 15 ecco il primo ristoro: acqua, acqua, sì, tanta acqua, un po’ di frutta, una bustina di Sali e via.

   Ora circa 3 km di asfalto, la crisi sembra lontana, il ritmo è ripreso costante, qualche atleta si attarda. Dài, ci incitiamo a vicenda. Alcune persone lavorano a bordo strada, una ci porge una noce di cocco da bere, il suo succo è dolce, sembra quasi che mi abbia dato una energia speciale. Il passo è regolare, lasciamo l’asfalto per addentrarci nuovamente nella boscaglia, foresta di ogni sorta di vegetazione: manghi, cocco, banani ecc. “Ecco, tocca l’albero del cauciù!” Mirjana mi descrive minuziosamente tutto ciò che ci circonda. “Ecco i due baobab, qui dovrebbe esserci il tratto di discesa scoscesa preannunciato da Patrizio. Eccola, una lunga discesa ripida, sassi e sassi pericolosi”. Ma non importa, il ritmo non cambia, si va. Di tanto in tanto donne con mercanzie che si spostano da un villaggio all’altro ci salutano: “Jambo, jambo!” È il loro saluto. Ci sorridono. Delle mucche ci sbarrano la strada, dobbiamo aggirarle, ci guardano stupite. Andiamo, andiamo. Il sole è cocente, nel cuore l’emozione di chi sta per compiere un’impresa fuori dal comune. Intorno un silenzio assoluto, di tanto in tanto una brezza calda ci coccola.

   In lontananza si sentono rumori di auto, siamo sicuramente in prossimità del secondo ristoro, al km 26. L’acqua sta per finire, ma eccoci su un tratto di asfalto. No, il ristoro non è qui, via, via, forse è alla fine dell’asfalto. Infatti, dopo un km, ecco il ristoro: una meraviglia, tanta acqua, sì, il mio amico James mi sommerge di acqua, un po’ di frutta, i soliti Sali minerali e via. “Dài, ragazzi!” Ora la parte più dura: 12 km di strada bianca sotto il sole, una strada dritta, sassosa, Sali e scendi inesorabili. Il sole del giorno pieno è implacabile, la polvere è irrespirabile, ma nel cuore e negli occhi la gioia di un bambino. Ormai la crisi dei primi chilometri è lontana, mi sembra un sognio, le gambe girano costanti, raggiungiamo altri atleti che si attardano, ormai il traguardo è vicino. Nicola ci chiede un sorriso per le foto. “Dài che ci siete! Corro qualche metro con voi.” Ma presto le sue gambe fresche ci lasciano e noi via via, che ci siamo, ecco il villaggio dei pescatori, la spiaggia di Mujuni beach è lì. Ecco, il traguardo, 38 km, che felicità! Un abbraccio dice tutto, la gioia e l’emozione mi impediscono di aprire la bocca, solo un grido liberatore. Via in acqua, l’oceano accoglie i nostri corpi stanchi ma felici: le scarpe, la maglia, i pantaloncini, tutto merita di essere immerso in quelle acque limpide che ci siamo conquistati alla fine di una tappa memorabile.

   Ecco che gli ultimi sono arrivati, tutti siamo seduti sotto la tenda all’ombra, un po di’ pesce alla griglia preparato lì in spiaggia, una birra fresca. Ma no, anche un’altra! Sì, oggi ci vuole. Tutti siamo lì, felici, a goderci il meritato riposo. Dopo mangiato, una breve passeggiata scalzi lungo la spiaggia, con le onde che ci massaggiano i piedi. La mente vola, la gioia e la soddisfazione non stanno nel cuore, ci vorrebbe un cuore più grande, grazie Mirjana, hai saputo condurmi al traguardo con il sorriso, sì, grazie ancora.

   Il giorno seguente prevedeva una sosta. Io, Mirjana e Franco decidiamo di prendere un auto con la guida e di recarci in città per una visita della capitale Stontaun, quasi tutti gli altri invece si sono recati a fare una escursione in mare con la barca. Noi siamo andati dapprima nel giardino delle spezie, dove abbiamo potuto ammirare ogni sorta di fragranze: pepe, cannella, chiodi di garofano, zenzero, citronella, cacao, vaniglia, oltre a palme di cocco, banani, manghi, ananas  e molte altre varietà. Dopo di che ci siamo recati nel cuore della città, dopo aver consumato un pasto frugale. Abbiamo potuto visitare il cuore della città per poi rientrare in resort per l’ora di cena. Domani è un altro giorno, e 25 km insidiosi ci aspettano.

   Dopo la nostra abbondante colazione, eccoci in macchina verso la località di Kinjasini, da dove partirà la terza tappa, 25 km, forse ancora più insidiosi delle altre, ma che importa? ormai il più è fatto, siamo tutti lì, come per la prima tappa, tutti impazienti di scatenare, di liberare le energie lungo quei sentieri, quelle campagne ricche di storia. Via, si parte, e da subito cio che ci era stato preannunciato il giorno prima, si rivela verità. Filari di alberi di mango ombreggiano il percorso, l’aria è umida, il terreno è ancora più accidentato delle atre tappe: terreni scoscesi, foresta, un po’ di cauciù, di manghi e altre piante ci segnano il percorso. Un villaggio dopo l’altro ci saluta, le persone ci guardano con stupore, qualcuno ci grida ciao, altri ci salutano con il classico jambo. I bambini ci corrono al fianco. Per qualche decina di metri un bimbo molto piccolo mi prende per mano, corre con me, sembra quasi abbia capito che non ci vedo;  la sua manina mi trasmette un’energia particolare, provo un brivido lungo la schiena, una lacrima mi sfugge, io che ho speso dei soldi per venire qui a correre ho pure il coraggio di lamentarmi? Questo bimbo non ha nulla, eppure è felice…….

   Il percorso continua, il terreno è ricco di insidie, questa volta è caratterizzato dalla vegetazione lussureggiante. Attraversiamo tratti di foresta che ci regala ombra, ombra calda, ma pur sempre ombra, e così correndo  arriviamo al ristoro dei circa 15 km. Come al solito acqua, frutta e poi via verso il traguardo. Un tratto di asfalto, una curva a destra secca con una discesa insidiosissima e  via, via verso il traguardo, ormai manca poco, il sole è alto nel cielo, una curva a sinistra , e come annunciato il giorno prima, si presenta una strada bianca e sassosa. Circa 5 o 6 km ci separano dal traguardo, fortunatamente a tratti un pò di ombra ci ripara dal sole, la salita non è ripida ma lunga, via, via, ormai dovremmo essere nelle vicinanze, ma non si vede ancora nulla. Mirjana è sempre attenta, non le sfugge nulla. “Alza i piedi, salta, destra, sinistra e via! Bravo, attento, dài, non distrarti!” E via, via. Ecco in lontananza il traguardo di Kjboie, le grida dei primi arrivati si fanno sentire in lontananza, eccoci! Un abbraccio ci stringe tutti, le lacrime sfuggono al controllo. “Dài ragazzi, è andata, siete grandi! Bravi, bravi tutti!” Ecco una banana, un po’ di acqua. Sì, grazie a tutti.

   A pranzo e a cena non si parla d’altro, i tavoli sono ormai diventati come dei gruppi fissi: io, Mirjana, Giuliana, Roberto, Vera e Paolo siamo diventati amici, tra una risata, un aneddoto e chiacchiere varie, il momento dei pasti è diventato un appuntamento piacevolissimo e rilassante. Dài ragazzi, domani solo 16 km ci separano dal traguardo finale.

   La solita colazione, il breve tratto in auto per raggiungere la località di Matemwe beach, 16 km interamente sulla spiaggia fino al traguardo posto di fronte al resort Muvi. Il cielo è coperto, un leggero venticello ci accarezza, le foto di gruppo si susseguono. Dài ragazzi, tutti pronti, si parte, via. E subito il terreno invoglia la corsa veloce, dopo qualche centinaio di metri incomincia a piovere, una pioggia molto intensa, calda. Tolgo il berrettino per potermela prendermela tutta, sento sollievo con la testa bagnata. Piove a dirotto, per fortuna, se fosse sole saremo cotti, e via via si corre. Ad un tratto il ristoro, mah, così presto, ma no! E invece si, eravamo gia a metà percorso. Superato il ristoro, passiamo il tratto roccioso: attenzione, si scivola, ma via, via, si corre. Incominciamo a superare, uno, due, tre, e altri atleti che si attardano, mentre li supero sento i loro sguardi interrogativi. “Ciao Tullio!”, ma non c’è tempo, la spiaggia invita a correre veloci, mi sto riprendendo la rivincita dei percorsi per me accidentati, quelli che non mi consentono di dare il massimo, ma ormai il traguardo era lì, a portata di mano. Mirjana mi dice, a circa 100 metri dal traguardo: “Ti lascio e arrivi da solo. Io da dietro ti guiderò!”. E così dicendo, lascio il cordino a lei e a braccia alzate corro in contro agli amici che con i loro incitamenti mi danno la direzione del percorso. Eccomi, taglio il traguardo , mi getto a terra e infilo la faccia nella sabbia, eccomi, mia Africa, ora ti porto dentro! La felicità è incontenibile, Mirjana mi abbraccia, grazie, ci ringraziamo a vicenda, tutti si stringono intorno, è una festa, una grande gioia! È andata, Nicola, Rosella e Patrizio ci fanno i complimenti, tutti siamo lì a godere di una splendida giornata, ormai non piove più, il sole si è impadronito del cielo, i nostri volti e i nostri cuori sono colmi di gioia incredibile, grazie a tutti, ragazzi, mi siete stati vicini in ogni situazione, mi avete sostenuto, mi avete considerato come uno di voi, è stata una gara durissima e ora ci meritiamo il giusto riposo. A presto mia Africa, ti porterò nel cuore.

   Poco prima del pranzo vengono effettuate le premiazioni, c’è qualcosa per tutti, un sorriso, un elogio e una stretta di mano e gli applausi per tutti. Negli occhi e nei cuori la felicità e la soddisfazione per aver portato a termine una meravigliosa avventura inventata da Rosella, Patrizio e Nicola, a loro va il mio ringraziamento, ma, credo, anche quello di tutti gli altri partecipanti, per averci dato la possibilità di visitare un’isola meravigliosa come Zanzibar.

di Tullio FRAU

 


 

Il primo di voi che mi ha inviato un riepilogo dei propri risultati sportivi,  sia pure molto parziale della sua storia podistica è Gianluca PAGAZZI; il "nostro" è un vero "Iron Man", (ribattezzato da me in "Airon Man", visto che è anche alto) per le imprese che riesce a compiere, e che continua a mettere in cantiere.   Nella foto sotto è impegnato nella maratona di Venezia 2010, dove ha conseguito il suo tempo migliore! Complimenti Gianluca!

 

 

 

MARATONE – RISULTATI

di Gianluca PAGAZZI

2010
LUOGO
DATA
TEMPO  
1
TREVISO
14.03
3:43’10’’
2
TRIESTE
02.05
3:49’42’’
3
BERGAMO
26.09
3:41’45’’
4
VENEZIA
24.10
3:28’09’’
5
FIRENZE
28.11
3:30’13’’
6
REGGIO EMILIA
12.12
3:32’15’’
7
CALDERARA di RENO (BO)
31.12
3:44’51’’

 

2011

LUOGO
DATA
TEMPO  
1
NAPOLI
30.01
3:45’42"’
2
VERONA
20.02
3:41’52’’
3
TREVISO
27.03
3:37'50'' 
4
 PADOVA
17.04 
3:51'15'' 
5
 PASSATORE
Firenze-Faenza
29.05 
12:46'42" 
6
 100 KM RIMINI
EXTREME
23.07 
12:29'24" 
 
 
 
 

 

 


 

 


ANDREA FALOMO racconta la sua grande SFIDA VINTA!

 

UTMB 2011
“Un sogno lungo due giorni”!
 
26 Agosto 2011, ore 06.45……un filo di luce fa capolino dalla finestrella posteriore del camper, è mattino! Tempo di reazione da centometrista, controllo ora e data e non ci son più dubbi, è il grande giorno!! Tre anni da quando l'idea ha cominciato a insinuarsi; 2 anni di corse per ottenere la qualifica e gli ultimi 8 mesi ad allenarmi col misurino ed il terrore dell' infortunio. Non vorrei alzarmi, potrei pentirmene i prossimi giorni d'aver gettato minuti di riposo, ma l'adrenalina già mi fa compagnia e poi sento il brusio di Sandro e Renzo che son alle prese col caffè. Robusta colazione e seduta collettiva di stretching nell'enorme parcheggio posto sotto il ghiacciaio del Bianco, ormai diventato campo base multietnico dell'evento Utmb.
 Di li a poco i Francesi cominciano a girare con sms dell'organizzazione che confermano le anticipazioni di gara bagnata e raccomandazioni sul vestiario da adottare, a breve seguiranno altre indiscrezioni sull'ormai deciso rinvio della gara di 5 ore per consentire alla parte più violenta delle precipitazioni di oltrepassarci. Gli sms arriveranno anche a noi Italiani nel primo pomeriggio mentre cerchiamo di rilassarci stesi nelle nostre cuccette. Da nostra successiva indagine solo i Giapponesi risultano esser stati allertati più tardi di noi!!
 
Ripenso alla sera precedente in cui ero al traguardo della TDS gara complementare di 110 km, avevo i brividi a veder gli altri arrivare, ora più che mai mi domando cosa ci faccio qui e se quest'avventura non sia troppo grande per me, questo è il vero campionato del mondo dell'ultratrail, LA GARA, ci son oltre 2300 persone con spiriti bellicosi da tutto il mondo e mi sento piccolo, piccolo, piccolo.
Piccola spesa per far fronte alla cena che nei nostri programmi non c'era, centesimo controllo degli zaini e dei materiali obbligatori, cena e "ultima vestizione" (risultato della variante 8 della ipotesi 2!) e via sotto l'acquazzone verso la partenza. Ormai è notte, la partenza sarà alle 23.30, ed una lunga scia di entusiasti UltraTrailer già bagnati si avvia con canti e scherzi tra le calli di Chamonix diretta allo start.
Qui l'atmosfera è magica, una folla impresionante ci aspetta sotto gli ombrelli per supportare i nostri primi passi, l'eco nella piazza della musica di Vangelis mette i brividi, guardo i miei amici e nei loro occhi scorgo gioia e tensione, voglia di partire e un pizzico di paura per quel che sarà, speranza di compiere la propria impresa e consapevolezza che anche semplici piccoli intoppi potrebbero far svanire il sogno. Ormai come sempre mi capita la tensione pre-gara si è trasformata in determinazione e voglia di mangiarmi la strada. Ci siamo…dieci, nove, otto..la musica sale e infuoca gli animi…sette, sei, cinque…gli ultimi saluti, le strette di mano, gli imbocca al lupo, i “mi raccomando ragazzi”, i “ci si aspetta per la birra alla fine eh”….quattro, tre, due, uno……viaaaaaa!!!
2369 invasati si riversano entusiasti sul percorso tracciato attraverso la via principale del paese, ci vorranno quasi sei minuti per riuscire a muovere il primo passo di corsa, spronati dal tifo del pubblico armato con campanacci e trombe.
Finito il paese si svolta secchi a destra e ci si infila nel sentiero lungofiume, dove cominciamo a capire cosa ci aspetta, il buio è molto fitto, il fondo estremamente fangoso e la pioggia scende copiosa. Con le luci si punta a terra per cercare di non inciampare e di non calpestarsi, da li a poco mi accorgerò che della decina d'amici con cui abbiamo atteso la partenza e scambiato gli auguri me ne son rimasti nelle vicinanze solo due, Franco e Sandro.
Le prime ore notturne passano così cercando di evitare cadute e seguendo la lunga scia di lampade che si snoda in un continuo saliscendi, accompagnati dal rumore della pioggia sulle mantelle e da quello delle scarpe che sguazzano nel fango.

Malgrado l'attenzione le scivolate saranno almeno un paio e così verso l'alba quando già ci stiamo arrampicando sul Col du Bonhomme sembra un apparizione un tendone ristoro e di fronte un rudere con un enorme falò attorno al quale ci si raduna per scaldarsi e cambiarsi gli abiti bagnati ed infangati. Franco, lo sci-alpinista piemontese con cui avevo già corso altre gare scoprendone il valore di atleta e di uomo, forte della propria esperienza e sicurezza in gare di questo tipo accelera e non lo rivedrò più se non dopo il traguardo. Poco dopo il ristoro cominciamo a trovare la neve che rende il paesaggio meraviglioso, credo che il passaggio in cima al colle con l'alba, la nevicata,  ed un branco di circa 20 stambecchi che ci corre in parte sia a oggi la prima immagine che associo a questa avventura.

 Con l'arrivo del giorno le difficoltà maggiori sembrano sparire, torna l'entusiasmo, non c'è più l'insidia del buio per gli appoggi, è calato il freddo che faceva tremare le mani e la mente torna a pensieri positivi aiutata dal contesto magico delle cime e delle valli più alte d'Europa.

 In discesa ritrovo Leo, il rasta veronese con cui avevo percorso gli ultimi km della Lut e Sandro il compagno di mille allenamenti che in salita aveva allungato; scambiare qualche chiacchiera in italiano riempie il cuore in certe occasioni!!
Tra lunghe salite e veloci discese le ore passano e nel primo pomeriggio arriviamo in Italia, sopra Courmayer accolti da un bel sole. In queste gare le crisi fisiche e mentali vanno e vengono, ma qui la madre di tutte le crisi mi assale. Soffro il caldo ma non avrò cambi fino alla palestra in paese, sono piuttosto in ritardo sui passaggi previsti, i cancelli orari stanno facendo strage di concorrenti ed io ho solo 45' minuti di margine all'ultimo varcato, il dito del piede rotto 25 gg prima della gara, in discesa mi duole e buon ultimo arrivo col solito ritardo per Italiani l'sms organizzazione che avvisa di nuovi cambi sul percorso che prevedono un ulteriore allungamento di 5km con altri 200 mt di dislivello da passare. Tutte notizie sciocche in condizioni normali ma che dopo 70 km e 14 ore di gara con 4000 metri di dislivello superati, vengono elaborate dal cervello come l'arrivo imminente della fine del mondo. Mi impongo di non pensare a nulla che non sia il passo successivo.

 Più' tardi ancora in difficoltà' chiamo col telefono mio figlio più' piccolo, è il suo compleanno e mai avrei voluto esser lontano in questo giorno, gli faccio gli auguri e quando nel metter giù mi incita a non mollare, insieme ad una lacrima esce di nuovo anche il mio spirito combattivo.

Di li supportato anche da Sandro mi "caccio" sulla discesa verso valle e in breve arriviamo a Courmayer, ove troviamo gli zaini di ricambio, la possibilità di lavarci e rifocillarci. Una sosta di circa 1 ora e mezza e ripuliti, vestiti di nuovo e con scarpe finalmente asciutte si riparte.
Io dico sempre che da qui è cominciata la mia vera gara, perché sono riuscito con la cattiveria e la giusta determinazione a finire la mia avventura positivamente. Con la luce riusciamo a risalire gli storici rifugi del versante italiano, Bertone e Bonatti e arriviamo all'attacco della salita più' impegnativa, il Grand Col de Ferret, che comincia ad imbrunire. La salita è durissima e poi ci si mette anche una nebbia fastidiosa che cerca di farti perdere le tracce del sentiero. Rimango solo ed immerso nei miei calcoli e pensieri. Quando finalmente scollino mi attacco ad un gruppetto di Francesi che vanno piuttosto cauti, ma che hanno buone lampade, mi danno l'idea di conoscere la zona. Per fortuna, perché nella discesa la mia lampada da segni di esaurimento ed il pensiero di dovermi fermare al buio ed in mezzo alla nebbia alla ricerca delle pile di riserva non mi piaceva per niente. Malgrado tutto la sorte non mi evita di infilare il bastoncino destro in una buca e spezzarlo in due…vabbe si continuerà con un bastone solo. Ormai siamo in Svizzera e acquisisco sicurezza e certezza che nulla mi fermerà, ritrovo Sandro ad un ristoro nella notte e da qui in avanti saremo sempre insieme, Leo invece incappa in un errore di percorso, perde tempo prezioso e viene fermato al primo cancello Svizzero. Nella notte scene allucinanti con Sandro che cammina e dorme insieme farfugliando…" Elena passami i piatti"..oppure in mezzo ad un bosco molto buio "guarda che è proprio bella quella villetta!"…altri che si arrotolano nei teli termici e si buttano a terra a dormire in mezzo al sentiero. All'alba si arriva a Champex splendida cittadina svizzera su lago, ultimo grande ristoro dove mi mangio due piatti di pasta, mi medico una caviglia gonfia e malconcia e riparto ripetendomi in continuo "dai che oggi è il mio giorno" sentendo anche il fisico che ritrova nuove forze ed anche una certa incomprensibile brillantezza. 

 Uscendo dal Check point incrocio per l'ultima volta il mio fan svizzero, scambiamo in non so che lingua due parole, mi abbraccia e mi da appuntamento a Chamonix.

Aggredisco l'ultimo dislivello da 800 con foga e fretta di mettermelo alle spalle superando ancora tanta gente.
Gli ultimi 10 km sono però un calvario per Sandro alle prese con il riacutizzarsi della metatarsalgia ed io decido di restar con lui, di finire qui la nostra rimonta, non siamo qui per il risultato e finirla insieme credo possa valere molto di più.
L'ultimo km è impresso nella mia mente come l'avessi fatto dieci minuti fa, l'ho goduto metro dopo metro.
Si entra in Chamonix e dopo esser passati sotto un arco gonfiabile si viene incanalati in un percorso tra transenne piene di gente che ti incita, ti da il 5, ti consegna le bandierine da portare, poi girata l'ultima curva musica a palla e lo speaker che ti annuncia:
"les italiennnnn….. Andreaaà Falomoooò ", alzo i bastoncini tipo gladiatore e la folla mi accompagna scampanando oltre il traguardo.
Fattaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!! un sognooooo!!!! meravigliosooooooooooooo!!!!!!!!!!!   42h41' - 729° posizione
L'abbraccio con il responsabile di gara, con Sandro e poi con Franco che mi aspettava da un pò, le lacrime per il calo di tensione ed il pensiero già all'anno prossimo…..perchè non  posso non tornarci!!!!